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Quanto vale davvero Lewis Hamilton nella storia della F1? In che posizione si colloca in una ideale graduatoria di tutti i tempi? E quali traguardi può ancora avere davanti uno come lui che ormai ha vinto tutto?

Sono le due domande che si fanno tutti ora che Lewis ha vinto 6 titoli mondiali. Provo a darvi una risposta articolata a entrambe basandomi non tanto sulle statistiche, ma su sensazioni a pelle avute nel conoscere di persona molti dei piloti coinvolti nel giudizio e avendo anche ascoltato i pareri di chi con Hamilton e tanti altri campioni ha lavorato fianco a fianco negli anni. Una decina di anni fa su Autosprint avevo anche pubblicato una classifica ideale dei 100 più grandi piloti della storia, dal centesimo al primo in ordine scalare. Ma quella classifica prendeva in esame piloti di ogni genere: anche di specialità come Endurance, Rally e così via. Ora le cose sono un po’ cambiate e certe considerazioni anche di F1 vanno aggiornate. Perciò andiamo a vedere dove piazzare Hamilton fra i mostri sacri dell’automobilismo F1. 

Perché le statistiche sono fuorvianti? Perché sono falsate dall’aumento dei Gran Premi F1 anno dopo anno. All’epoca di Fangio, negli Anni Cinquanta, il mondiale F1 si sviluppava su appena 6 o 7 gare l’anno; negli ani d’oro di Lauda si correvano 12/13 gare in un mondiale mentre quando vincevano Senna o Schumacher si era saliti a 16 o 17 ed oggi si è arrivati addirittura 21 corse stagionali. E già si parla di portare a 25 i GP del mondiale F1 dal 2021 col cambio delle regole. Questa escalation dei GP distorce tutti i paragoni perché è naturale che un un corridore vincente come Hamilton in un’epoca in cui guida la migliore macchina macini le statistiche semplicemente perché disputa più corse dei suoi rivali del passato e automaticamente ha più probabilità di migliorare la sua media. 


E poi i record in F1
sono fatti per essere battuti. Dieci anni fa i sette titoli mondiali e i 91 Gran Premi vinti da Schumacher sembravano irraggiungibili. Oggi Hamilton vede questo traguardo dietro l’angolo: è a quota 83 vittorie e 6 titoli mondiali. È lanciatissimo, in forma come non mai e guida una macchina inarrestabile. Gli basterebbe una ulteriore stagione sulla cresta dell’onda come le ultime tre per eguagliare i mondiali di Schumacher e superarne le vittorie. Basterebbe per fare di lui il più grande di sempre? No: il discorso è più complesso.

Al di là dei freddi numeri e dei risultati, per sancire la superiorità di un pilota contano di più altri aspetti: la velocità, il talento al volante, la grinta, la cattiveria agonistica. Il rapporto col compagno di squadra. Perché il confronto a pari macchina è illuminante.

In base a questi aspetti non compio un azzardo a dire che Hamilton secondo me è uno dei cinque piloti più forti della storia della F1. Come Fangio era il campione degli Anni Cinquanta, Jim Clark quello degli anni Sessanta, Lauda il dominatore degli Anni ‘70, Senna degli anni Novanta e Schumacher il Re dei primi anni Duemila. Tutti loro in un modo o nell’altro hanno segnato una decade. Hamilton è il Re di quest’ultima.

Se ci facciamo caso, di tutti quei leggendari campioni, Hamilton possiede un pezzetto delle rispettive qualità. Ha la dedizione di Lauda, la velocità di Senna, la determinazione di Schumacher, la longevità agonistica di Fangio. E poi il metro della bravura di un campione te lo dà il confronto interno a pari macchina. Uno può avere anche la migliore monoposto del mondiale, ma ce l’ha anche il suo compagno di squadra. E se uno macina regolarmente i colleghi di team, come ha fatto Hamilton negli anni con Alonso, Button, Rosberg e adesso Bottas, qualcosa vorrà dire no?

Perciò secondo me Hamilton è fra i top six del mondiale. Assieme a Fangio, Clark, Lauda, Senna e Schumacher. Uno per decade. Se poi vogliamo andare a segmentare ancora la classifica, metterei Fangio, Senna, Schumi e Hamilton alla pari mezzo gradino più su di Clark e Lauda. Perché Clark, grandissimo campione, si è espresso al top soltanto con la Lotus che Chapman gli aveva cucito addosso come un guanto. Non sappiamo se avrebbe potuto stabilire una simbiosi vincente anche con una macchina differente. È morto prima di dimostrarcelo. Ma visto dove è arrivata la Lotus negli anni dopo la sua morte con Graham Hill, Jochen Rindt e Fittipaldi, facile prevedere che se non fosse morto a Hockenheim, Jim Clark avrebbe potuto eguagliare i 5 titoli di Fangio. A Lauda invece, comunque grandissimo campione, mancava invece per stare alla pari con gli altri quella velocità pura sul giro secco da qualifica, che è un mix fra talento e voglia di prendersi rischi elevati che invece avevano per esempio Senna e Schumacher.

Hamilton ha spesso omaggiato gli altri campioni F1: sopra è col casco di Senna, sotto con quello di Lauda usato a Monaco 2019

Vi dico anche perché non inserisco tra i top six di sempre piloti che hanno fatto in un modo o nell’altro la storia della F1 come Stewart, Graham Hill, Prost, Piquet, Fittipaldi e Gilles Villeneuve. Perché a ciascuno è mancato quell’ultimo passettino per stare degnamente con gli altri sei.

Stewart ha vinto tanto, ha superato il leggendario record di vittorie di Fangio, ma ha corso in un’epoca in cui i suoi più grandi avversari erano morti anzitempo: Clark e Rindt. E poi Stewart era più un regolarista, un pilota-computer come Lauda e Prost. Usava più la testa che il piede anche se ne aveva tanto. Scelta che ha pagato perché altrimenti a quell’epoca non si sopravviveva a lungo in F1. 

Graham Hill invece era il pilota-operaio. Da semplice meccanico diventato per caso corridore. Aveva dedizione e massimo spirito di sacrificio. Ma non valeva come velocità e talento gli altri grandi campioni della sua epoca. 

Discorso opposto per Piquet, estro e velocità, ma troppo appagato dai piaceri della vita del corridore negli anni ‘80 per sacrificarsi fino in fondo. Altrimenti avrebbe dominato più a lungo. 

Villeneuve era cuore e coraggio. Un trascinatore di folle; gli mancavano altre caratteristiche per definirlo un campione assoluto. Ma fateci caso è l’unico non iridato F1 che metto in questa lista. Qualcosa vorrà dire no?

Fittipaldi è stato un grandissimo pilota fin dai suoi esordi record, ma ha appannato la sua immagine vincente quando ha insistito nel tentativo di correre e vincere con un’auto di sua costruzione senza successo. 

Quanto a Prost, discorso complesso. Ha vinto quattro titoli, come Vettel e più di Stewart, Lauda e Senna. Ma ha dominato soprattutto nell’era della Formula consumo quando i computer di bordo erano artigianali e lui era il più bravo a risolvere l’equazione: quando forte posso andare senza restare a secco negli ultimi due giri? A velocità pura lo giudico però inferiore ad altri piloti della sua epoca come Piquet, Mansell, Senna. E poi c’è nella sua carriera la macchia di non esser riuscito a vincere nel 1990 il titolo con la monoposto migliore che c’era in pista quell’anno: la Ferrari 641/2.

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Rispondere alla seconda domanda, e cioé quali sulle ambizioni potrà avere ancora Hamilton dopo aver vinto tutto, è facile. Se pensate che Lewis Hamilton possa sentirsi appagato, vi sbagliate. I grandi campioni hanno enormi ambizioni. E quella di Hamilton è abbastanza evidente, anche se non lo ammette. È la stessa che aveva Senna. Il campione brasiliano aveva due sogni, purtroppo rimasti incompiuti: conquistare 5 titoli mondiali per eguagliare Fangio (che all’epoca era il più titolato) e poi vincere un mondiale con la Ferrari. Hamilton, che di Senna è un grande fan da quando era bambino, la pensa allo stesso modo. Secondo me in cuor suo lui vorrà fare ancora un anno in Mercedes per cercare di eguagliare i sette titoli di Schumacher. Poi la sua naturale destinazione, per un campione come lui, non può che essere il Cavallino. Un mondiale con la Ferrari, specie ora che la Rossa è a digiuno di titoli da undici anni, sarebbe la sublimazione perfetta per Lewis Carl Hamilton. La Sua sfida più importante. La mossa che lo porterebbe dalla storia nella leggenda. 

Non a caso Lewis non sta ancora trattando per rinnovare il contratto con la Mercedes che scadrà a fine 2020. Guarda caso è la stessa scadenza del contratto di Vettel con la Rossa. Sono convinto che il suo stimolo per continuare a 36 anni a correre in F1 sarà quella di vestirsi di rosso e cercare l’impresa del secolo. Quella in cui hanno fallito Alonso e Vettel. 

Se poi vi chiedete se a 36 anni Hamilton sarà ancora agonisticamente “fresco” e competitivo nell’era dei piloti-bambini come Verstappen e Leclerc, la risposta è sì. Lo vedete con quale tenacia ancora oggi insegue la vittoria anche quando si era assicurato il titolo? Per correre e vincere nell’automobilismo, non conta l’età ma la fame di vittorie. Lui inglese di colore in un mondo di bianchi, ha dovuto superare enormi pregiudizi ed ostacoli. Avrà sempre fame di vittoria. Anche a 40 anni. 

1 COMMENTO

  1. Gilles è sacro ha avuto tra le mani solo due monoposto buone 79 e è stato vice campione e 82 dove sono sicurissimo che sarebbe stato iridato… bello vincere con auto superiori 😉

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