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“Motorsport is dangerous”. È scritto da decenni su tutti i biglietti d’ingresso delle corse motoristiche in Gran Bretagna. Che sia un circuito e una gara di rally. A ricordare che questo è uno sport dove il rischio, l’incidente, la morte, sono sempre in agguato. Perché l’automobilismo, come il motociclismo, sono sport dinamici. Quando si viaggia a 85 metri al secondo (rende più l’idea della velocità dire così che dire 300 all’ora) basta un attimo, un nonnulla per innescare una tragedia. È una triste verità di cui ogni tanto ci scordiamo. Questa è la grande differenza tra le simulazioni, i videogames e le corse vere. Qui quando si sbaglia e si urta il muro, la macchina si distrugge davvero. E si rischia la pelle. Non c’è restart o ctrl-esc per tornare al punto di prima come niente fosse.

Sono colpito da come tanta gente sia rimasta scioccata e sorpresa dall’incidente del povero Antoine Hubert. Quasi si fossero convinti che ormai nelle corse la morte fosse un rischio zero. Non è vero. Non è così. Le corse, purtroppo, sono sempre andate a braccetto con il pericolo e il rischio della morte. Come ammoniscono gli inglesi nei ticket dei circuiti. E lo dico con amarezza ripensando alla mia carriera quarantennale di giornalista che di piloti – anche amici – ne ha visti cadere moltissimi. Sia in auto che in moto. Da ragazzo, quando seguivo le moto, rimasi traumatizzato quando scoprii che una pista come Imola, tutto sommato considerata “sicura”, esigeva ogni anno il suo sacrificio. Nomi di campioni oggi dimenticati che affiorano nell’emozione del ricordo: Sauro Pazzaglia, Pat Evans, Lorenzo Ghiselli, Guido Paci. In una certa epoca non c’era edizione del motomondiale a Imola che non reclamasse la propria vittima. O feriti gravi. Quell’esperienza, ben prima della tragedia di Senna, mi aprì gli occhi e mi fece capire quanto poteva diventare feroce lo sport che amavo quando se ne sottovalutavano i rischi.

Hubert al Castellet, il giorno ella sua seconda vittoria in F2

Se oggi possiamo elencare sulle dita di una mano i piloti che tutto sommato hanno subito un incidente mortale in automobilismo negli ultimi anni, da Jules Bianchi in poi, è perché la sicurezza, grazie allo sforzo congiunto di tutti – federazione, costruttori, organizzatori – ha fatto passi da gigante. Ma bisogna accettare un’amara realtà: il rischio non si potrà mai azzerare del tutto. Proprio perché il motorsport è uno sport dinamico. Che vive sul movimento ad alta velocità. Perciò l’imponderabile è sempre in agguato.

L’esperienza può aiutarci a fronteggiare certe leggerezze e impedire il ripetersi di determinate dinamiche fatali. Possiamo progettare un Halo, l’arco di sicurezza sopra l’abitacolo, così tragedie come quelle di Henry Surtees o di Justin Wilson, colpiti in testa da una ruota o da un musetto, d’ora in poi saranno più improbabili. Possiamo aggiungere uno strato di zylon (materiale più duro del carbonio) sulla visiera del casco per irrobustirlo così una fatalità assurda come quella di Senna che subì la perforazione del casco da parte del braccetto della sospensione, o quella di Massa colpito da una molla di una sospensione, potrebbero non ripetersi più. O comunque non provocare conseguenze così drammatiche.

Hubert in F2 correva per il team Arden-BWA con la macchina che replicava i colori della F1 Racing Point

Proprio come tanti anni fa la drammatica morte fra le fiamme di piloti come Bandini, Williamson, Courage, Schlesser e tanti altri aveva portato a realizzare serbatoi antiurto e antifiamma che non si spezzavano più in caso d’incidente. E non provocavano più fuoriuscita di benzina e fiamme indomabili. Da quarant’anni il fuoco non è più il nemico numero uno dell’automobilismo, ma è diventato un evento ormai rarissimo.

Con auto sempre più sicure, il rischio più alto è diventato la decelerazione improvvisa. Quella da 200 a 0 in zero metri. L’impatto violento contro un ostacolo rigido. Magari il telaio dell’auto non si spezza e la sua scocca in carbonio avvolge e protegge il corpo del pilota; ma la decelerazione violentissima può ucciderlo distruggendo i suoi organi interni perché il corpo umano non può sopportare senza traumi un impatto di centinaia di “g”. È così che sono morti il povero Ratzenberger a Imola e Jules Bianchi a Suzuka. L’esperienza ci ha portato a capire che per diminuire il rischio di questi incidenti è bene togliere ogni genere di ostacolo rigido a bordo pista. Che sia un muretto o un trattore di soccorso.

Ma ci sono certi incidenti, certe dinamiche, che ahimé non si potranno mai annullare completamente. Come quella che ha portato alla morte di Antoine Hubert a Spa. Essere colpiti in velocità da una monoposto che ti segue da vicino è un evento non improbabile nelle corse. Specie nei primi giri quando si viaggia in gruppo uno nella scia dell’altro. Non è semplicemente possibile impedire questo rischio, a meno che non si corra uno alla volta registrando i migliori tempi individuali sul giro. Ma le corse in circuito non sono come una discesa libera. Si gareggia tutti insieme.

Antoine Hubert aveva 22 anni, era esordiente quest’anno in F2 e nel 2019 ha vinto due gare: a Monaco e Castellet

L’incidente di Hubert ricorda, per una tragica fatalità, quello di Alex Zanardi al Lausitzring. Anche lui si mise di traverso in uscita di curva e fu colpito in pieno da un’altra vettura. In quel caso la botta avvenne davanti, nella zona della pedaliera e Alex perdette le gambe maciullate nella collisione. Nel caso del povero Hubert il punto dell’impatto invece è stato più indietro: nella zona dell’abitacolo che si è sfondato; la violenza dell’impatto ha ucciso sul colpo il 22enne francese.

Si tratta di uno di quegli incidenti la cui dinamica non è prevedibile né eliminabile nel motorsport. Dobbiamo accettare la cruda verità: la collisione mentre si è in gruppo fa parte di quel genere di fatalità che ahimè può succedere. Non si potrà eliminare.

Ma non è certo questo il momento di scagliarsi contro il motorsport. Vedrete invece che presto si ergeranno i soliti moralisti della domenica per lanciare i loro strali ipocriti contro le corse, sport del passato che ineggia alla crudeltà e mette a rischio la vita umana. Come se ovunque nel mondo tanta gente non la rischiasse per motivi più futili e magari anche contro la propria volontà. Ricordiamoci invece che il povero Antoine, come Jules come Justin ed Ayrton e come tanti altri prima di lui, è morto facendo lo sport che amava. Criticare il motorsport sarebbe come ucciderlo una seconda volta.

Antonio Giovinazzi nel ricordare Antoine Hubert ha scritto su twitter: “Siamo dei professionisti. Ma siamo anche ragazzi che con grande sacrificio rincorrono i propri sogni”. Non offendete il sogno di un ragazzo offendendo lo sport per cui è morto.

E la prossima volta che vedrete un pilota in gara subire un sorpasso o non riuscire a compierlo, rispettatelo comunque, invece di criticarlo per scarsa combattività. Anche se fosse il meno bravo di tutti, ricordatevi sempre che lui si sta comunque prendendo dei rischi e sta mettendo in gioco la sua vita. Mentre voi parlate comodamente sprofondati sul divano.

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